Origine della fotografia a colori

La sfida della corretta rappresentazione dei colori accompagna fin dalla nascita la fotografia e rappresenta un lungo percorso di sperimentazioni, scoperte, innovazioni tecnologiche che coinvolge la fisica, l’ottica e la chimica.

Già negli anni ’20 del 1800, prima ancora della scoperta ufficiale, era cruccio di Nicephore Niepce la ricerca di un metodo che gli permettesse di “registrare” con fedeltà i colori nelle sue prime eliografie, lasciandosi in questo affascinare dagli studi e dai presunti successi di Daguerre nella materia; e nel 1839, passata l’emozione per l’apparizione del dagherrotipo, già se ne sottolineava l’inferiorità rispetto all’arte pittorica dovuta all’impossibilità di registrare i colori.

Alla professione del dagherrotipista, pertanto, si affiancò quella dell’addetto alla colorazione delle immagini figura che si impose in tutti gli studi fotografici e che rimase in auge anche con l’avvento dell’albumina e del collodio, fino ad inizio ‘900.

La prima notizia di un successo nella cattura dei colori direttamente su dagherrotipo si ha nel 1851, quando Levi Hill annuncia l’invenzione dell’”hillotipo”, del quale, però, non fornisce alcun particolare anche se alcuni anni dopo pubblicò un opuscolo che illustrava i suoi esperimenti; benchè ci siano testimonianze sulla riuscita anche da parte di eminenti personalità scientifiche, tra cui Morse, a posteriori sembra scontato che ciò che Hill ottenne fu del tutto casuale e non più replicato in seguito.

Nello stesso periodo anche Abel  Niepce de Saint Victore, discendente del Niepce di Gras, annunciò il suo successo, basato su una ulteriore sensibilazzione mediante cloruro delle lastre al bromuro d’argento: in questo casò si scontrò, come Nicephore, con la labilità dell’immagine, che spariva rapidamente se esposta alla luce. Lo stesso accadde per i tentativi di un altro illustre personaggio, Edmond Becquerel.

Contemporaneamente, la ricerca si muoveva anche in un’altra direzione, che portò più rapidamente a dei successi, come illustrato nel 1861 da James Clerck Maxwell, il quale mediante la proiezione di tre diapositive per lanterne colorate illuminate con filtri dei colori primari, pose le basi per il processo additivo per la formazione del colore; qualcosa di simile operò anche Frederic Ives circa 30 anni dopo con il suo Kromskop, ma il colore si otteneva sempre tramite un artificio fisico e solo con una sovrastruttura che ne permettesse la visione.

Ultimo tentativo in questa direzione, più raffinato, fu quello reso pubblico da Charles Joly nel 1893: alla lastra sensibile veniva accoppiato, sia in ripresa che in visione, uno schermo di pari dimensioni con zone colorate nei tre colori primari, equamente distribuite su tutta la superficie; tale sistema permetteva, dopo lo sviluppo e l’inversione a diapositiva, di vedere, attraverso la riflessione dello schermo, i colori con estrema nitidezza.

La ricerca della via chimica, invece, quella che consente la presa e visione diretta dei colori, prosegue con gli esperimenti degli anni 1869-70 di Louis Ducos de Hauron e di Charles Cros i quali, in tempi e modi separati, giungono alla prima definizione di quello che sarà in seguito noto come metodo sottrattivo.

Il concetto era quello di utilizzare filtri con i colori complementari anziché primari nella fase di ripresa, e pigmenti primari nella fase di stampa secondo il processo al carbone; Ducos de Hauron proseguì in questa direzione fino ad ottenere, nel 1877, il brevetto per il suo procedimento.

Questo evento diede nuovo impulso alla ricerca e contiene il germe di quella che sarà la vera rivoluzione, operata ad inizio 1900 dai fratelli Lumiere.

Il loro procedimento, che ebbe grande successo per circa 20 anni, prevedeva la colorazione di piccoli granelli di fecola che venivano poi distribuiti omogeneamente sull’emulsione sensibile fino a diventarne parte integrante: dopo lo sviluppo si veniva così a creare una diapositiva a colori, a cui venne dato il nome commerciale di Autochrome; gli autochromes rappresentano, a partire dalla loro diffusione pubblica nel 1907, la vera rampa di lancio della fotografia a colori, che cominciò così a diffondersi fra le elites artistiche e gli amatori più esigenti.

Come detto, il suo successo durò circa un ventennio ma ad ostacolarne la diffusione di massa rimaseroun costo eccessivo per la predispozione della lastra ed una eccessiva laboriosità nei procedimenti di sviluppo ed inversione del negativo.

Il passaggio dagli Autochromes dei Lumiere alla fotografia chimica a colori come la si intende oggi è merito dell’avvento della gelatina e della pellicola in rullo: nel 1935, infatti, Leopold Mames e Leopold Godowskiy, con il supporto della Eastman, rilasciano al pubblico la pellicola 16mm (e, poco dopo, 135) Kodachrome, e il relativo procedimento di sviluppo,  approfondendo l’idea di Rudolf Fischer il quale, nel 1912, tentò di aggiungere elementi sensibili al colore nei bagni rivelatori (i cosiddetti copulanti).

La pellicola Kodachrome è costituita da tre diversi strati sensibili rispettivamente ai colori azzurro, verde e rosso, intervallati da filtri complementari: mediante questa configurazione avviene una sensibilizzazione selettiva dei tre strati secondo le diverse lunghezze d’onda non trattenute dai filtri che portano alla formazione di tre negativi (ma in unico strato) sensibilizzati.

Durante il processo di inversione a diapositiva, i coloranti contenuti nel bagno provvedono alla formazione e al fissaggio dei colori permettendo di ottenere l’immagine finale colorata; è il processo kodachrome a cui siamo tuttora abituati e che, purtroppo, fra un mese (Dicembre 2010) concluderà la sua vita commerciale.

Da qui la strada è definitivamente tracciata e l’evoluzione segue la via di una riduzione dei costi ed una semplificazione del processo per renderlo alla portata di tutti gli amatori: il frutto sarà la nascita, nei primi anni ’40, delle pellicole Ansco Color, Agfacolor e Kodak Ektachrome a processo semplificato, l’antesignano dell’odiero E-6.

Infine, a ricalcare quanto già successo nell’800, la necessità di non avere solo un positivo non replicabile ma piuttosto un negativo-matrice con infinite possibilità di copia, fu soddisfatta con l’introduzione delle pellicole Kodacolor (1941) ed Ektakolor (1947) e degli antenati dei processi C41 ed RA4.

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