Canon T70

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CENNI STORICI

Nel 1983 la Canon, forte dell’esperienza accumulata negli anni con le macchine della serie A e rendendosi conto di non poterle sviluppare ulteriormente immette sul mercato mondiale la T50: una nuova reflex semplificata e completamente elettronica, forse pure troppo, che non riesce ad incontrare i favori del pubblico. Ma si tratta solo della prima macchina di una nuova serie, la serie T, troppo spesso sottovalutata e snobbata dagli appassionati del marchio giapponese.

L’ultima serie FD

Nell’aprile 1984 viene commercializzata la Canon T70, una macchina di fascia media ma con una dotazione tecnica degna di una macchina di livello superiore, basti citare il sofisticato esposimetro in grado di leggere la luce sia in modalità media che spot. Eppure negli anni ’80 la Canon T70, nata per raccogliere l’eredità della AE1 Program, non riesce a affermarsi e dopo soli tre anni, nel 1987, ne viene sospesa la produzione.

La serie T comprende inoltre la T80, prima reflex autofocus di casa Canon, la T90, una sofisticata reflex multimode che anticipa molti tratti della successiva serie Eos, e la T60, una classicissima reflex prodotta da Cosina su specifiche Canon e non commercializzata sul mercato giapponese. Con chiusura delle linee di produzione della serie T finisce pure l’epoca delle ottiche della serie FD, che ancora oggi non finiscono di stupire per la loro resa.

Lo scarso successo commerciale di quasi tutte le Canon serie T verrà presto riscattato dalla serie EOS, una nuova generazione di macchine e obiettivi, che ha saputo far tesoro delle precedenti esperienze.

COME FUNZIONA

La Canon T70 è ma macchina di dimensioni medie, almeno per gli anni 80, dal design squadrato caratterizzato da linee decise e da angoli ben marcati, in questo modo i vari volumi che compongono l’insieme del corpo macchina sono ben definiti e immediatamente individuabili. Gli angoli a destra e a sinistra del corpo sono stati smussati per poter garantire una migliore presa alle mani del fotografo, tant’è che sul lato destro è presente una ben dimensionata guancia porta batteria che garantisce una solida presa in ogni occasione. Tutto sommato le linee decise che caratterizzano il design di questa macchina risultano gradevoli alla vista e insieme all’abolizione delle tradizionali ghiere sporgenti conferiscono alla macchina un design moderno e pulito che nasconde sotto la pelle alcune sorprese.

A far storcere il naso a molti puristi è il rivestito del corpo realizzato completamente con materiali plastici di colore grigio scuro per la calotta superiore, la parti frontali del corpo e il rivestimento del bocchettone (la baionetta è in metallo) e di colore nero per l’impugnatura, pulsanti di comando il dorso e il fondello; il tutto è completato da serigrafie in color oro. Un simile abbinamento cromatico oggi potrebbe sconfinare nel kitch, ma nei primi anni ottanta dello scorso secolo i criteri estetici erano ben altri rispetto ad oggi.

Prendendo in mano una Canon T70 si nota prima quello che manca e poi quello che c’è. La calotta, come da tradizione, è la centrale operativa che permette il controllo di quasi tutta la macchina.

I pulsanti di comando

A destra del pentaprisma sono collocati il pulsante di scatto e due pulsanti, up e down, che servono per muoversi all’interno dei vari menu; sotto i due pulsanti è collocato uno schermo a cristalli liquidi, non retroilluminato, che riporta le impostazioni correnti della macchina, oltre a fungere da contatore dei fotogrammi. Sul pentaprisma, come da tradizione, è collocata la slitta porta flash completa di contatto caldo e di due contatti supplementari per poter gestire in automatico la sincronizzazione dei tempi di esposizione con il flash ma non di pilotarlo durante l’esposizione (la T70 non ha la funzione di controllo TTL-flash). A sinistra del pentaprisma trovano posto tre pulsanti e un cursore, il cursore è l’interruttore principale della macchina e permette di accedere alla misurazione esposimetrica media a prevalenza centrale o spot, oltre a consentire l’attivazione dell’autoscatto; i tre pulsanti sono quelli del controllo dello stato di carica delle batterie, dell’impostazione delle sensibilità della pellicola e quello della scelta della modalità di ripresa, a scelta tra due programmi, priorità di tempo o manuale.

Bocchettone e ghiera esposimetrica

Il fronte della macchina, oltre al bocchettone porta ottica, ha sul lato destro uno piccola ghiera con un pulsante coassiale: si tratta della memorizzazione della lettura esposimetrica, funzione attivabile solo in abbinamento all’esposizione spot. In basso sull’impugnatura anatomica è collocata la presa per lo scatto flessibile di tipo elettronico.

Il fondello ospita sia il pulsante di sblocco della pellicola e il cursore che ne abilità il riavvolgimento motorizzato. Lo sportello del vano batterie è collocato sempre sul fondello a destra e consente la sostituzione delle batterie anche con la macchina montata su un treppiedi.

Il lato sinistro ospita il meccanismo di apertura del dorso costituito da un pulsante e da cursore da azione insieme, il sistema è ottimo per evitare aperture accidentali del dorso.

IMPRESSIONI D’USO

La Canon T70 nei piani industriali del costruttore avrebbe dovuto sostituire la vecchia AE-1Program rivolgendosi alla stessa utenza. Nonostante la validità del progetto e la presenza di alcune funzioni difficilmente riscontrabili in macchine più professionali, la T70 non è riuscita a ripetere il successo commerciale della macchina che ha sostituito.

Otturatore e alloggio pellicola

Nonostante la “modernità” della macchina essa è priva della lettura dei codici DX del caricatore della pellicola quindi la prima operazione da fare una volta caricata la pellicola è quella di impostare la corretta sensibilità, pena clamorose sotto o sovra esposizioni. Una volta richiuso il dorso la macchina provvede ad avanzare la pellicola al primo fotogramma utile, inesorabilmente il n° 1 del rullino, ma solo dopo aver spostato l’interruttore generale dalla posizione lock. Il dorso non ha nessuna finestrella che consenta il controllo della pellicola caricata, ma conserva la classica taschina memo dove inserire un pezzo della confezione della pellicola.

Le modalità di esposizione sono le stesse impostando l’esposimetro sia per la lettura media compensata che per quella spot. La scelta del modalità di esposizione avviene premendo il pulsante mode, a sinistra del pentaprisma, e uno dei pulsanti up o down fino al raggiungimento dell’opzione desiderata.

Selettori e comandi sul carter superiore

Da notare che la macchina a fronte di ben tre diversi program permette di operare solo a priorità di tempo (tutti attivabili solo con la ghiera dei diaframmi dell’obiettivo in posizione A) e non a priorità di diaframma, ovvero con la ghiera dei diaframmi sbloccata dalla posizione A la macchina non è in grado di impostare alcun tempo di esposizione. Questo fatto ha ripercussioni anche nell’uso in manuale in quanto l’esposimetro è solo parzialmente accoppiato rilevando correttamente il tempo di esposizione impostato, ma suggerendo il diaframma da impostare senza tener conto di quello realmente impostato; il sistema di fatto è un po’ macchinoso, ma dopo un paio di rullini non ci si fa più caso.

Il mirino, luminoso e ben dimensionato, fornisce una serie di informazioni complete riportando sia lo stato della macchina che il diaframma impostato (e/o da impostare) ma non riporta l’indicazione del tempo di scatto, dato che va letto sul display esterno staccando l’occhio dal mirino.

Meccanismo di sblocco del dorso

Passando all’uso pratico della Canon T70, premesso di apprezzarne l’estetica e il sistema dei pulsanti, non ci vuole molto per prendere la giusta confidenza e in poco tempo si apprezza la doppia lettura lettura esposimetrica e la possibilità di memorizzare l’esposizione. Come già evidenziato sopra invece l’uso in manuale richiede un minimo di allenamento. Il sistema di avanzamento, nonostante i suoi limiti, si fa apprezzare facendo trovare la macchina sempre pronta allo scatto, anche se a causa della sua rumorosità non è la miglior compagna del fotografo di cerimonia. Scattando una fotografia con il selettore dei tempi su bulb sul display esterno si attiva un utilissimo contatore dei secondi, il limite purtroppo è nel display non retroilluminato e in caso di lunghe esposizioni notturne, oltre alle pile fresche per tenere aperto l’otturatore a lungo, è bene portarsi appresso una pila per poter controllare il tempo di esposizione sul display.

Una piacevole sorpresa si ha vedendo le foto che questa macchina restituisce: sempre ben esposte ed equilibrate, fotografo permettendo. Il merito va certamente alla sinergia tra sistema esposimetrico, otturatore e software di gestione, ma va anche alle ottiche Canon FD.

Il fondello della Canon T70

A questo punto è doverosa una specificazione sulla famigerata batteria tampone al litio, quella che secondo il costruttore dovrebbe essere sostituita ogni 5 anni presso un centro assistenza. Si tratta di una batteria il cui compito è quello di tenere in “vita” la memoria della fotocamera, ovvero numero fotogramma, sensibilità della pellicola e modo d’uso, in assenza delle pile a stilo; batteria alloggiata sotto la calotta superiore implicandone lo smontaggio per la sostituzione, operazione non a portata di tutti. Questa batteria ha dimostrato una longevità inaspettata tant’è che non è mai stata sostituita nella maggior parte delle T70 oggi funzionanti … e se proprio dovesse esaurirsi non è un dramma: basta non togliere le pile a stilo, o nel peggiore dei casi reimpostare la sensibilità della pellicola, se c’è un rullino in macchina.

DATI TECNICI

Modello: Reflex 35 mm. monobiettivo con esposizione programmata, automatica a priorità di tempo, automatica con il flash, manuale. Messa a fuoco manuale.

Formato: 24x36mm.

Baionetta: Canon FD: con tutti gli obiettivi di questa serie, sia con anello di serraggio (la maggior parte riporta la sigla S.C. o S.S.C., sigla riferita al trattamento antiriflessi delle lenti) che con pulsante di sblocco (serie New, la sigla non è riportata), si sfruttano tutte le possibilità della macchina operando a tutta apertura. E’ inoltre compatibile anche con quasi tutti gli obiettivi della precedente serie FL e R, ma solo operando in stop-down. Possibile anche l’impiego di obiettivi con innesto a vite M42, ma è necessario ricorrere ad un adattatore e operare in stop-down.

Obiettivi Standard: (New) FD 50mm. f/1,2 – (New) FD 50mm. f/1,4 – (New) FD 50mm. F/1,8 – (New) FD 35-70mm F/4.

Modi d’Esposizione: Esposizione programmata multimode (standard, tele e wide), automatica a priorità di tempo, automatica con il flash (necessita di flash dedicati), manuale, manuale in stop-down con obiettivi serie FL, R e vite M42 (tramite adattatore).

Otturatore: A controllo completamente elettronico con tendine metalliche a scorrimento verticale; esposizione automatica controllata elettronicamente fra 2 secondi e 1/1000 di secondo (senza punti fissi); tempi di posa in manuale selezionabili tramite pulsanti su valori interi compresi tra 2” e 1/1000; posa B. Non sono previsti (e noti) tempi meccanici, l’otturatore per funzionare deve essere alimentato dalle pile.

Flash: Accessorio. Esposizione automatica, ma non TTL, con i lampeggiatori dedicati si imposta automaticamente il tempo di sincronizzazione su 1/90; visibile nel mirino avviso di pronto flash. Con i flash universali sincronizzazione tramite contatto caldo X sulla slitta e il tempi dovrà essere impostato su 1/60.

Autoscatto: Elettronico impostabile con ritardo di 10 secondi circa. Non funge da alzo preventivo dello specchio.

Esposimetro: Misurazione della luce attraverso l’obiettivo a tutta apertura, lettura su tutta l’area inquadrata con prevalenza centrale (semi-spot) o su area ristretta (spot) tramite cellula al silicio (SPC). Valori luce da EV 1 (1 sec. f/1,4) a EV 19 (1/1000 f/22) a 100 ASA. Sensibilità pellicola da ISO 12/12° a ISO 1600/33°, attenzione: la T70 non è in grado di leggere i codici DX riportati sul caricatore della pellicola. La lettura dell’esposizione si effettua tramite i dati riportati sia nel mirino, il diaframma, che sul display esterno, il tempo. L’esposimetro si attiva premendo parzialmente il pulsante di scatto o il pulsante posto lungo il lato destro tra l’impugnatura e il bocchettone porta ottiche, i dati sono leggibili fino al rilascio dei pulsanti. Possibile il blocco della memoria, ma solo con la lettura spot.

Compensazione dell’Esposizione: Non previsto.

Mirino: A pentaprisma; campo di copertura del campo inquadrato: 92% sia in verticale che in orizzontale; ingrandimento 0,85X con obiettivo 50mm.; oculare con correzione diottrica fissa a –1, possibilità di aggiungere lenti di correzione e mirini aggiuntivi.

Messa a Fuoco: Manuale su vetro smerigliato fisso con zona centrale microprismatica e stigmometro a spezzamento d’immagine.

Indici nel Mirino: Indicazione tramite LED al fuori dall’area di ripresa del diaframma, pronto flash, modalità programmata o manuale, tipo di lettura dell’esposimetro; indicazione di sotto o sovra esposizione tramite indicazioni lampeggio del valore del diaframma; indicazione di tempo pericolo di mosso tramite lampeggio della lettera “P”.

Avanzamento e Riavvolgimento Pellicola: Avanzamento e riavvolgimento motorizzato: velocità di avanzamento circa 1 fotogramma al secondo, riavvolgimento motorizzato previo azionamento della funzione. Il caricamento della pellicola avviene in modo automatico.

Contapose: Additivo, effettua inoltre il conteggio alla rovescia riavvolgendo la pellicola; ad azzeramento automatico aprendo il dorso.

Esposizioni multiple: Non previsto.

Alimentazione: Corpo macchina due batterie a stilo tipo AA alcaline da 1,5V, la macchina è predisposta pure per funzionare con batterie NI-CD – NI-MH ricaricabili, ovviamente l’autonomia è maggiore con le batterie alcaline. E’ presente inoltre una batteria tampone al litio tipo BR-1225 o CR-1220 la cui durata stimata è di 5 anni e che può solo essere sostituita smontando la macchina.

Test batteria: Predisposto per le sole batteria a tilo tramite apposito pulsante e segno grafico di riscontro visibile nel display esterno.

Dorso: Intercambiabile; dorso standard con telaietto memo per cartoncino pellicola.

Dimensioni: Lunghezza 151 mm; altezza 89,2 mm; profondità 48,4 mm.

Peso: 530 gr. solo corpo senza batterie.

Il manuale d'uso è reperibile in formato PDF sul sito di Butkus.  

PRO

Facilità d’uso;

Esposimetro medio e spot;

Informazioni nel mirino sufficienti e al di fuori del’area inquadrata;

Alimentazione fornita da comunissime pile a stilo, anche ricaricabili.

CONTRO

Esposimetro parzialmente accoppiato in manuale;

Avanzamento “tranquillo” della pellicola e bassa velocità in scatto continuo;

Memorizzazione dell’esposizione solo con esposimetro spot;

Batteria tampone sostituibile solo presso un fotoriparatore.

REPERIBILITA’ E PREZZI

La macchina ha avuto una buona diffusione all’epoca e oggi ancora abbastanza reperibile sul mercato dell’usato: su Ebay non si fatica a troppo trovarne una in buone condizioni magari completa di ottica, ma non sempre il prezzo è dei migliori.

Se ci si rivolge a negozianti specializzati in usato e mercatini dell’usato la sua disponibilità diminuisce drasticamente in quanto oggi non viene quasi più ritirata in permuta per una più moderna reflex digitale. Prima dell’acquisto di un corpo usato, se è possibile, è bene dare un’occhiata alle condizioni generali della macchina e soprattutto se il vano batterie non presenta ossidazioni, le batterie alcaline tendono a deteriorarsi se dimenticate in un’apparecchiatura elettronica, e se la batteria tampone dà ancora segni di vita, se è morta trattare al ribasso sul prezzo. Quotazioni medie dell’usato comprese tra 15€ e 40€, senza ottica, ma c’è sempre chi chiede di più e qualcosina in più con un 50mm f1,8 o uno zoom, di serie era previsto il 35-70mm f4.

NOTA FINALE

La Canon T70 è sia un buon secondo corpo da che un ottimo punto di partenza per inserirsi nel mondo delle ottiche Canon FD, quelle con messa a fuoco manuale, oggi fuori produzione ma in grado di competere alla pari con quelle più moderne.

 

Pentax ME Super

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CENNI STORICI

Nel 1976 la Asahi Optical Company, allora proprietaria del marchio Pentax, immette sul mercato una nuova serie di macchine e di obiettivi contraddistinti dalla lettera “M” e caratterizzata dalla dimensioni contenute. Una serie che ancora oggi, dopo decenni e nonostante l’evoluzione tecnologica, suscita emozioni e ricordi.
Apripista di nuova generazione di macchine furono la Pentax MX e la Pentax ME: meccanica e manuale la prima, elettronica e automatica a priorità di diaframmi la seconda. La MX resterà in produzione immutata per molti anni (costituendo di fatto un sistema a sé, parzialmente compatibile con la successiva LX) mentre la ME, pur apprezzata dal pubblico, verrà rimpiazzata nel 1979 dalla più completa e prestante Pentax ME Super.
Pentax ME SuperLa validità del progetto ME, e ancor di più della sua evoluzione ME Super, è sottolineata dall’ampia schiera di macchine realizzate sulla sua base: la Pentax ME-F la prima autofocus (in pratica una ME Super con l’aggiunta di un sistema elettronico di controllo della messa a fuoco), la Pentax Super-A (diretta discendente e massima evoluzione dell’originale) e la più economica Program-A. Addirittura la professionale Pentax 645, prima serie non autofocus, riprende dalla ME Super il sistema di controllo dei tempi in manuale (i famosi pulsantini) che, con le opportune modifiche, il sistema esposimetrico.

DATI TECNICI

Modello: Reflex 35 mm. monobiettivo con esposizione automatica a priorità di diaframma e esposizione manuale elettronica (sistema manuale a pulsanti); messa a fuoco manuale.
Formato: 24x36mm.
Baionetta: Pentax K, accetta anche tutti gli obiettivi delle serie successive, autofocus compresi, purché muniti di ghiera dei diaframmi. Per gli obiettivi con innesto a vite M42 è necessario ricorrere ad un adattatore ed esporre in stop down.
Obiettivi Standard: SMC Pentax 50mm. f/1.2 – SMC Pentax M 40mm. f/2.8 – SMC Pentax M 50mm. f/1.4 – SMC Pentax M 50mm. f/1.7 – SMC Pentax M 50mm. F/2; il kit base comprendeva il corpo e il 50mm. F/1.7.
Modi d’esposizione: Automatica a priorità di diaframma; esposizione manuale a controllo elettronico.
Otturatore: Seiko MFC-E2 a tendine metalliche a scorrimento verticale; esposizione automatica controllata elettronicamente fra 4 secondi e 1/2000 di secondo (senza punti fissi); tempi di posa in manuale impostati su posizioni fisse tra 4” e 1/2000, variabili a mezzo di due pulsanti di controllo; tempi meccanici corrispondenti alla posizioni 125X e B del selettore di funzione (posizioni su cui la macchina funziona anche senza pile).
Flash: Accessorio. Sincronizza automaticamente con lampeggiatori dedicati con selettore su Auto o M; visibile nel mirino le spie di prova lampo e sincro flash. Con i flash universali sincronizzazione tramite contatto caldo X sulla slitta o tramite presa X a lato del bocchettone porta ottiche, il selettore di funzione dovrà disposto su 125X.
Autoscatto: Meccanico impostabile con ritardo da 4 a 10 secondi circa; ufficialmente non annullabile.
Esposimetro: Misurazione della luce attraverso l’obiettivo a tutta apertura bilanciata al centro con cellule al GPD. Valori luce da EV 1 a EV 19. Sensibilità pellicola da 12 a 1600 ASA (tradotto: da ISO 12/12° a ISO 1600/33°). La lettura dell’esposizione si effettua tramite i dati riportati nel mirino. L’esposimetro si attiva premendo parzialmente il pulsante di scatto, per una durata di circa 25 secondi.
Compensazione dell’esposizione: Possibile tramite apposito comando fino a +/-2EV, con incrementi di 1EV.
Mirino: A pentaprisma con trattamento all’argento; campo di copertura 92% del campo inquadrato; ingrandimento 0,95X con obiettivo 50mm.; oculare con correzione diottrica fissa a –1 diottrie, possibilità di aggiungere lenti di correzione.
Messa a fuoco: Manuale su vetro smerigliato con zona centrale microprismatica e stigmometro a spezzamento d’immagine.
Indicazioni nel mirino: Scala dei tempi e delle impostazioni di base sovraimpresse all’area del fotogramma, indicazione luminosa tramite led fuori dall’area di ripresa. Scala dei tempi: da 1/2000 a 4 secondi, led verdi per tempi tra 1/2000 e 1/60, led gialli per tempi tra 1/30 e 4 secondi; la differenza di colore indica la possibilità o meno di scattare a mano libera. Indicazione di sotto o sovra esposizione tramite led rossi. Indicazione del modo manuale tramite led giallo. Indicazione di attivazione della compensazione dell’esposizione tramite led rosso lampeggiante.
Introduzione pellicola: Sistema di attacco rapido e sicuro.
Avanzamento e riavvolgimento pellicola: Leva di avanzamento rapido ad azione singola, 135° di avanzamento totale e 30° di preavanzamento. Riavvolgimento a mezzo manopola. Possibilità di avanzamento motorizzato tramite applicazione di winder esterno, velocità massima di due fotogrammi al secondo.
Contapose: Additivo con azzeramento automatico.
Alimentazione: Corpo macchina due batterie a pastiglia all’ossido d’argento tipo SR44 o alcaline tipoLR44.
Dorso: Intercambiabile; dorso standard con telaietto memo per cartoncino pellicola.
Dimensioni: Lunghezza 131,5 mm; altezza 83 mm; profondità 49,5 mm.
Peso: 445 gr. (solo corpo senza batterie).

ACCESSORI

Winder Pentax ME II: da applicare al fondo del corpo, con impugnatura: permette l’avanzamento della pellicola a fotogramma singolo i in sequenza alla velocità di due foto al secondo.
Dorsi Data ME: imprime la data entro il fotogramma, per l’attivazione doveva essere collegato via cavo alla presa PC a lato del bocchettone porta ottiche.
Borsa pronto.
Adattatore K per obiettivi a vite.
Flash Pentax AF 200S e Pentax AF 160.
Lenti di correzione diottrica da applicare sopra l’oculare.
Disponibili inoltre winder universali, Soligor e altri, da acquistare a proprio rischio.

COME FUNZIONA

Esteticamente la Pentax ME Super è figlia dei suoi tempi. Il corpo è il classico parallelepipedo sul quale si innesta frontalmente il bocchettone porta ottiche, mentre sulla calotta superiore trova posto il pentaprisma in compagnia dei pochi comandi necessari al funzionamento della macchina. Però anche le dimensioni danno nell’occhio: sembra più piccola e compatta delle altre.

La baionetta K della ME Super

La baionetta K della ME Super

Prendendola in mano si ha subito una conferma: è più piccola compatta delle altre, anche più delle leggendarie Olympus serie OM (dalla OM-1 alla OM-4) che batte per pochi millimetri e/o decimi di millimetro. Eppure le sue dimensioni minime non sono un handicap: sta bene in mano e le dita (pollice e indice) si posizionano quasi istintivamente dove serve; inoltre il peso contenuto non affatica e non fa sentire la mancanza, sul lato destro, di qualche sporgenza anatomica utile a migliorare la presa. La macchina era disponibile sia nella classica finitura bicolore nero-argento che in quella completamente nera.
La Pentax ME Super è una reflex 35mm elettronica automatica a priorità di diaframmi e manuale, perfettamente in linea con i dettami tecnici dell’epoca, indirizzata a un’ampia schiera di fotografi. Per invogliare ulteriormente gli acquirenti la ME Super viene dotata di un otturatore in grado di raggiungere il tempo di 1/2000 con un sincro flash pari a 1/125, prestazioni di tutto rispetto nel 1979.
Ma la vera rivoluzione si compie con il sistema di controllo dei tempi in manuale: per la prima volta la vecchia e familiare ghiera viene abbandonata e sostituita da due pulsanti, la cui azione è controllata direttamente nel mirino. Con questo sistema i progettisti della Ashai Optical Company hanno messo subito d’accordo la stampa specializzata e i fotografi più conservatori: i dubbi e le critiche sono stati immancabili e abbondanti, anzi persistono ancora tutt’oggi. Dubbi e perplessità smentiti sia dalla lunga vita commerciale di questa macchina rimasta in produzione per ben otto anni, che dall’efficienza conservata ancora al giorno d’oggi. Anzi a sentire alcuni fotoriparatori è la parte che da meno noie di tutte.

Pentax ME SuperLa Pentax ME Super si rivela una macchina facile da usare, tant’è che il manuale diventa quasi superfluo, ma solo quasi perché una sua lettura non guasta mai! Il manuale di questa macchina, come del resto quello delle altre macchine di quegli anni, è un piccolo libricino che oltre a far capire il funzionamento dell’apparecchio fornisce pure una serie di nozioni utili a chi si cimenta per la prima volta con una reflex, la versione in lingua italiana consiste in 52 paginette copertina compresa. La lettura si rivela piacevole e una volta letto lo si può lasciare tranquillamente a casa senza alcun pentimento.

Vista dell'otturatore e del sistema facilitato di caricamento

Vista dell’otturatore e del sistema facilitato di caricamento

L’introduzione della pellicola, come in altre Pentax della serie M e A, è facilitata dalla presenza di cilindri in plastica attorno al rocchetto ricevente, cilindri tra i quali si inserisce semplicemente la pellicola e la si avanza prestando solo attenzione che il rocchetto dentato faccia presa nelle perforazioni della pellicola. Questo sistema rimane efficiente anche dopo decenni di uso intenso.
Sul dorso, in corrispondenza della leva di carica è collocata una finestrella che permette di controllare il corretto avanzamento e riavvolgimento della pellicola. Cosa utilissima in fase di riavvolgimento se si vuole lasciare la coda della pellicola fuori dal caricatore: l’indicatore a barre rosse e nere smette di lampeggiare quando la pellicola si stacca dal rocchetto ricevente.
Sulla calotta, tra il selettore delle funzioni e la leva di carica è posto un minuscolo oblò che consente di controllare lo stato di carica dell’otturatore, quest’ultimo è pronto a scattare se la finestrella e rossa. Questo dispositivo presenta una peculiarità: il segnale rosso sparisce solo quando parte la seconda tendina, cioè è sincronizzato sulla seconda tendina. Oggi col senno del poi verrebbe da pensare che c’è mancato poco e avrebbero pure realizzato la sincronizzazione del flash, per i tempi lenti, sulla seconda tendina, ma i tempi non erano ancora maturi.

Vista della calotta superiore con tutti i comandi

Vista della calotta superiore con tutti i comandi

Il mirino ampio e luminoso consente un facile controllo dell’inquadratura, solo i valori della scala dei tempi diventano illeggibili in caso di riprese in condizioni di luce scarsa o qualora si sovrappongano a ombre intense. Il vetrino di messa a fuoco rende agevole focheggiare in tutte le condizioni di luce, va notato che lo stigmometro prima e i microprismi poi vanno in crisi con obiettivi aventi un’apertura pari o superiore a f/5,6 (a f/8 sono praticamente inutilizzabili) e per la messa a fuoco non rimane altro che affidarsi all’area smerigliata, sia ben chiaro però che questo non è un difetto della sola ME Super ma affigge, più o meno, tutte le reflex provviste di questo sistema di messa a fuoco.
La centrale di comando è il selettore di funzione che, per sottolineare le sue origini di reflex automatica della ME Super, presenta un blocco meccanico in corrispondenza della posizione AUTO.

In automatismo a priorità di diaframma (posizione AUTO) basta impostare manualmente il valore del diaframma e la macchina si incarica di scegliere il tempo adeguato in relazione alla luminosità della scena inquadrata, un occhiata alla scala dei tempi giusto per evitare errori (sotto o sovra esposizione o il rischio di mosso) e, a meno di non voler usare la compensazione dell’esposizione, si è pronti per scattare la foto. Va detto che la compensazione dell’esposizione con la ME Super è possibile solo procedendo per valori interi (1 EV) agendo sull’apposito comando; invece agendo sulla ghiera della sensibilità (ghiera ASA) si possono effettuare starature a passi di 1/3 di EV.
In manuale (in posizione M) la Pentax ME Super mantiene una facilità d’uso esemplare: basta impostare un diaframma e adeguare il tempo premendo uno dei due pulsanti (o l’incontrario), l’esposimetro, sempre accoppiato (fatto non proprio scontato nel 1979), mantiene sempre il controllo della situazione e avverte prontamente se si sotto o sovra espone. Già i tanto criticati pulsanti si sono sempre dimostrati affidabili e precisi; agli estremi della scala non obbligano a tornare indietro: basta una pressione e si passa da 4 sec. a 1/2000, o viceversa … altro che ghiere.
L’esposimetro è accoppiato solo con il selettore posto su AUTO o su M, ovvero nelle sole modalità in cui l’otturatore funziona in modo elettronico.

La posizione 125X non è solo utile per fotografare con il flash esterno (a meno di non possederne uno originale), ma trattandosi di un tempo a controllo meccanico, torna utile anche in caso di esaurimento delle pile. Non esiste la possibilità di controllare lo stato di carica delle pile, il loro esaurimento è annunciato solo dall’indebolirsi dei led nel mirino; comunque una copia di pile alcaline dura per più di un anno.
Anche la posa B è a controllo meccanico, eliminando il forte consumo di energia che caratterizza, durante le lunghe riprese, gli otturatori controllati completamente dall’elettronica.

Il pulsante di scatto, coassiale al selettore di funzione, attiva prima l’esposimetro e poi fa partire l’otturatore: la corsa del pulsante ha la giusta lunghezza e rende quasi impossibile far partire l’otturatore incidentalmente quando si vuole solo attivare l’esposimetro. Presenta inoltre la filettatura standard per il classico scatto flessibile.

L’esposimetro con cellule al GPD e dopo tanti anni mantiene la sua affidabilità e la sua reattività. Presta la sua opera sia in abbinamento con le ottiche a baionetta che con quelle a vite, ovviamente provviste di adattatore e operando in stop-down.
Le due cellule dell’esposimetro sono poste ai lati dell’oculare e, nelle riprese ove non si porta la macchina all’occhio, si fanno influenzare facilmente dalla luce proveniente dall’oculare; il rimedio consiste nell’oscurare l’oculare con il tappo a corredo o con una mano o con quello che capita al fine di evitare esposizione errate.

L’autoscatto meccanico impostabile con ritardo da 4 a 10 secondi circa; ufficialmente non

Il dorso datario Digital M

Il dorso datario Digital M

è annullabile, ma il trucco c’è: in caso di ripensamenti basta riabbassare la leva, senza più attivarla, e continuare a scattare normalmente, poi con il selettore in posizione L o con l’otturatore scarico si fa semplicemente partire la leva dell’autoscatto e si annulla la sua azione.
Non esiste alcuna possibilità di alzare lo specchio prima dello scatto.
Secondo alcune fonti, mai verificate di persona, dovrebbe pure essere disponibile un tempo meccanico pari a 1/1000.
Come tutte le cose anche questa macchina, per quanto buona e affidabile, non è perfetta.
Per vedere il valore del diaframma bisogna ricordarsi quello impostato, o staccare l’occhio dal mirino per controllare direttamente sull’obiettivo.

Inconvenienti comune a molte ME Super sono la rottura della molla di richiamo della leva di carica che facilmente causa danni collaterali (riparazione fattibile senza problemi da qualsiasi fotoriparatore) e la tendenza del selettore della sensibilità dalla pellicola ad ossidarsi e, di conseguenza, a far fare follie all’esposimetro e qui il rimedio è casalingo tanto efficiente quanto economico: basta inserire un pezzo di carta (tipo quella da fotocopie e non carta patinata) tra la ghiera e il corpo e i contatti si puliscono e la macchina riprende a funzionare alla perfezione per molti mesi, se non anni. Con il passare del tempo molte Pentax ME Super, e derivate, possono bloccarsi completamente per l’indurimento e lo sgretolamento di alcune guarnizioni, o meglio anellini, di plastica facenti parte dei meccanismi di sollevamento dello specchio reflex, in questo caso basta rivolgersi a un buon fotoriparatore e l’inconveniente è presto sistemato garantendo qualche altro decennio di scatti.

PRO
Macchina compatta.
Facilità d’uso.
Esposimetro accoppiato in automatico e manuale.
Informazioni complete nel mirino.
Impostazione dei tempi in manuale tramite pulsanti.
Ampia scelta di obiettivi originali e universali.

CONTRO
Mancanza nel mirino dell’indicazione del diaframma impostato.
Scala dei tempi di esposizione non sempre ben leggibile.
Mancanza di possibilità di memorizzare l’esposizione in automatico, si deve passare al modo manuale.
Impossibilità, con gli obiettivi a baionetta, di controllare la profondità di campo nel mirino.

REPERIBILITA’ E PREZZI

Macchina sempre reperibile in finitura bicolore mentre quella completamente nera è considerare quasi come una rarità ambita in genere dai collezionisti.
Su Ebay non si fatica molto per tovarla in Italia o all’estero, anzi quasi ci inciampa sopra, ma attenzione ai bidoni. Se ci si rivolge a negozianti specializzati in usato e ai mercatini dell’usato la disponibilità è sempre assicurata, certo un controllo è più che doveroso: non la fanno più da oltre 20 anni!
Quotazioni medie dell’usato comprese tra 50€ e 120€ circa, per la versione nera valuto come equo un sovrapprezzo di circa 50€, spesso nel prezzo è pure compreso un 50mm.
Sinceramente non vale la pena spendere di più per una ME Super nera, piuttosto consiglio di investire qualche Euro in un buon SMC Pentax-M 50mm f/1.7.

CONSIDERAZIONI PERSONALI

Questa è stata, e tutt’ora è, la mia prima reflex acquistata in kit con l’SMC Pentax-M 50mm. f/1.7 dopo mesi di piccoli risparmi nel gennaio del 1984; da allora l’ho usata con tutte i tipi di pellicola e diverse ottiche senza mai essere stato deluso dai risultati. Opsss … sono già passati 30 anni!!!! Quasi quasi faccio fatica a crederlo, nonostante tutto i suoi anni non li dimostra e se veramente ha problemi, anche seri, basta un Fotoriparatore (con la F maiuscola) serio e torna come nuova. Per la verità questo vale per tante, non per tutte, macchine sue coeve perché come mi è stato detto dall’ultimo Fotoriparatore che me l’ha rimessa a nuovo “Vada tranquillo per i prossimi anni, anzi decenni, che questa macchina è stata fatta come si deve, altro che …” … e non credo che abbia esagerato.
Ma allora vale la pena per chi non ce l’ha e per chi si avvicina (o riavvicina) al mondo della fotografia su pellicola farci un pensiero? Direi proprio di sì! Vale la pena pensare seriamente a una Pentax ME Super, corredata di un bel 50mm. f/1,7 fisso e fotografare, anzi ricominciare a fotografare … opsss, giusto per non fare pubblicità (tanto nessuno ci paga) lo stesso effetto si ottiene con tante altre macchine fotografiche coetanee della ME Super, a voi la scelta.

 

Zenza Bronica ETRSi

In evidenza

Il mio primo incontro con una Zenza Bronica è avvenuto molti anni fa, prima dell’era digitale, al matrimonio di un amico dove il fotografo ufficiale scattava con un grosso cubo nero sormontato da un vistoso prisma e con impugnatura sulla destra: una Zenza Bronica SQ. Abituato com’ero alla reflex 35mm quella cosa mi sembrava ingombrante e scomoda e, per un buon decennio, il medio formato non fece parte dei miei pensieri. Solo dopo molti anni complice una Agfa Isolette, prima, e un Lubitel 166B, poi, incominciai a ripensarci fino a diventare il possessore di una Zenza Bronica ETRSi.

Eppure passare al medio formato non è poi così facile come potrebbe sembrare: le questioni da affrontare sono molteplici e vanno dal formato del fotogramma alla modularità del sistema, dalla scelta del tipo di macchina (telemetro o reflex) a ottica fissa o intercambiabile fino alla scelta del tipo di otturatore (centrale nell’obiettivo o a tendine sul piano focale). Insomma le considerazioni da fare sono molte e tutt’altro che scontate. Arrivare a fare poi una scelta consapevole non è facile, il rischio di pentirsene è e rimane alto: le differenze con il mondo del 35 mm sono profonde.

CENNI STORICI

La Zenza Bronica ETRSi fu commercializzata dall’ottobre 1989 fino a dicembre 2004 e rappresenta la terza versione della reflex medio formato costruite dalla Bronica attorno al formato 6×4,5. La capostipite di queste macchine fu la ETR presentata nel gennaio 1976 e seguita nel gennaio 1979 dalla ETRS. La ETR rappresenta una svolta nella produzione di macchine fotografiche da parte della casa giapponese sia per l’introduzione di un nuovo formato ( si ricordi che tutte le Zenza Bronica prodotte fino ad allora erano solo nel formato 6×6) che per il passaggio dall’otturatore a tendina sul piano focale a quello centrale, inserito in ogni singolo obiettivo; innovazioni che verranno poi riprese nelle macchine della serie SQ (6×6) e GS (6×7). Il tutto continuando a mantenere un sistema modulare ricco di accessori che ha saputo farsi apprezzare nel tempo.

La bontà del progetto ETR è sottolineata dalla sua longevità: 28 anni in cui la fotografia tradizionale subisce una serie di forti cambiamenti, dai sistemi di misurazione dell’esposizione sempre più sofisticati all’autofocus, fino a sfociare nel digitale, che ne segna pure la fine benchè forse prematura. Eppure, per ironia della sorte, volendo spenderci su un bel po’ di Euro una Zenza Bronica ETRS o SQ può essere ammodernata con l’applicazione di un dorso digitale.

COME FUNZIONA

Zenza Bronica ETRSi front

Vista frontale della fotocamera

A vederla per la prima volta una ETRSi ha un’aria familiare, un po’ perché assomiglia a qualche macchina svedese, un po’ perché, almeno quelli un più stagionati tra di noi, l’hanno vista a qualche matrimonio in mano al fotografo, e poco importa se era la SQ vista la stretta somiglianza.
Una cosa è certa: assomiglia a una Hasselblad ma la somiglianza  si ferma al concetto e all’impostazione del sistema; si parte da un corpo centrale, un “cubo” al quale possono essere attaccati tutta una serie di accessori che vanno dai dorsi agli obiettivi. Ma questo concetto, o sistema, di macchina modulare è stato pure “copiato” (se questo termine è lecito) da Mamiya, Contax, Pentax e Rollei, giusto per citare i nomi più blasonati.
Per quanto riguarda invece i fotografi matrimonialisti le varie Zenza Bronica erano spesso presenti nei loro corredi in quanto più economiche dell’originale svedese, con la quale divide i vantaggi dell’otturatore centrale, pur mantenendo una qualità adeguata al lavoro da svolgere.
Eppure le differenze con la nobile svedese ci sono e non sono dettagli! Una per tutte: l’otturatore e il suo sistema di gestione. Mentre lnelle Hasselblad serie 500 (quelle previste per l’impiego di sole ottiche ad otturatore centrale) è completamente meccanico, nella ETRSi, come nelle altre Zenza Bronica, è un elemento elettromeccanico completamente dipendente dalle batterie.
Prendendo in mano per la prima volta una ETRSi, soprattutto se si è abituati alle reflex 35mm o a quelle digitali, si rimane un po’ sconcertati: il modo di impugnare la macchina è per lo meno inusuale e anche i vari pulsanti, ghiere e levette lasciano degli interrogativi sulle loro funzioni; l’unico comando chiaramente individuabile sul corpo grazie alla presenza della scala dei valori è la ghiera dei tempi, posta sul lato sinistro, mentre quasi tutto il resto è anonimo, tant’è che senza il manuale o l’ausilio di un amico che conosce già questa macchina si rischia quasi di non trovare il pulsante di scatto. Le cose vanno già meglio con gli obiettivi: almeno la ghiera di messa a fuoco e quella dei diaframmi sono facilmente individuabili, per il resto vale quanto detto già per il corpo.
Il frontale, oltre al grande bocchettone porta ottiche, presenta in basso a destra il pulsante di scatto circondato da una ghiera a tre posizioni avente la funzione di blocco e di interruttore di accensione della macchina; in basso a sinistra è collocato il pulsante di sblocco della pellicola, mentre in alto a destra si trova la presa standard del sincro flash, contrassegnata da una piccola X incisa sul bocchettone porta ottiche.

Zenza Bronica ETRSi sx

Il lato sinistro della ETRSi

Sul lato sinistro è collocata la ghiera di impostazione dell’otturatore e nelle immediate vicinanze il pulsante per controllare lo stato di carica della batteria; in basso procedendo dal fronte verso il dorso troviamo la presa filettata per lo scatto flessibile (quello classico ad azione meccanica), la presa multipolare per il collegamento di un flash TTL tramite il cavo dedicato, e il pulsante di sblocco del dorso.
Sul lato destro, è collocata la manovella di avanzamento e armo otturatore, e attorno ad essa due levette anonime: quella superiore consente di impostare le esposizioni multiple, mentre l’altra è responsabile del sollevamento manuale dello specchio.

La parte superiore del corpo macchina presenta l’attacco per i vari mirini, con tanto di pulsante di sblocco e contatti elettrici per il collegamento di quelli esposimetrici. In fine sul fondello della corpo è collocato il vano porta batteria, la presa filettata per il cavalletto e una slitta, provvista di alcuni contatti, utile per poter agganciare alla macchina una impugnatura ad “L” che consente una migliore presa e un più rapido avanzamento della pellicola o dei winder.

Vista del lato destro

Vista del lato destro

Il lato posteriore è interamente predisposto per il collegamento dei dorsi porta pellicola.
L’obiettivo oltre alla ghiera di messa a fuoco e a quella dei diaframmi ha sulla sinistra un pulsante per il controllo della profondità di campo e, nella parte inferiore, un cursore per abilitare la posa T.
I dorsi porta pellicola sono disponibili in vari tipi a seconda del tipo di pellicola che si vuole usare: oltre ai consueti modelli per le pellicole 120 e 220 sono disponibili due dorsi per le pellicole 135, uno per il classico formato 24×36 e uno per un panoramico 24×54, è disponibile inoltre un dorso polaroid che può essere anche usato con le pellicole istantanee Fuji. Il contafogrammi è collocato sul dorso e riporta la numerazione in base al tipo di pellicola per cui è predisposto.
Va notato che corpo e dorsi non hanno un sistema per poter impostare la sensibilità della pellicola in uso: questo dato può, e deve, essere impostato sui mirini esposimetrici; questa “lacuna” è dovuta alla necessità di mantenere la piena compatibilità degli accessori con la capostipite ETR. Una mancanza grave? Non credo e poi basta mettere il cartoncino della pellicola, o un piccolo appunto, nella taschina memo del dorso per sapere quale pellicola è caricata. A puro titolo di cronaca va fatto notare che le Zenza Bronica SQ e GS, progettate e realizzate successivamente hanno sul dorso porta pellicola un sistema di impostazione della sensibilità della pellicola che tramite contatti elettrici trasmette questo dato al corpo, e da qui agli altri accessori connessi.

La Zenza Bronica ETRSi differisce dalle versioni precedenti per alcune migliorie e per l’aggiunta di alcune nuove funzioni, le principali sono: il sistema flash TTL, l’aggiunta della posa B sulla ghiera dei tempi (posa B a controllo elettronico) e il commando di sollevamento dello specchio, oltre a un miglioramento del sistema di avanzamento della pellicola. Durante il periodo di produzione della ETRSi la Zenza Bronica viene acquisita dalla Tamron, acquisizione che porta alla realizzazione delle ottiche della serie PE, che pur ricalcando le lunghezze focali dei modelli esistenti subiranno cambiamenti negli schemi ottici e vedranno l’introduzione dei valori intermedi sulla ghiera dei diaframmi.

Il mirino a pozzetto

Il mirino a pozzetto

Per poter scattare con una Zenza Bronica ETRSi bisogna munirsi di alcuni optional obbligatori: uno schermo di messa a fuoco, un mirino, un dorso porta pellicola e un obiettivo. Bisogna inoltre caricare una pellicola: senza, a meno di non impostare le esposizioni multiple, non c’è verso di farla scattare.
L’ultimo elemento importante è la batteria che va inserita nel fondello della macchina, senza l’otturatore è in grado di scattare solo con il tempo meccanico di 1/500, batteria che alimenta anche i prismi esposimetrici. A proposito della batteria va fatto notare che è preferibile l’uso di quelle all’ossido d’argento o quelle alcaline, in caso di emergenza la ETRSi sopporta anche quelle al litio mentre tutte le altre Zenza Bronica non sono in grado di funzionare con quelle al litio a causa della tensione e della caratteristica di scarica di queste ultime.
Da tenere inoltre presente che usando il mirino a pozzetto questo restituisce l’immagine con i lati destro e sinistro invertiti, a chi invece non riesce a rinunciare alla classica visione corretta da un pentaprisma consiglio di prendere in considerazione l’acquisto di uno dei mirini prismatici.
Altra mancanza, alla fine meno grave di quanto possa sembrare, è l’assenza di un esposimetro incorporato in grado di leggere la luce ambiente: si rimedia facilmente con uno esterno o con la regola del 16. Invece è presente un circuito esposimetrico in grado di pilotare un flash TTL collegato tramite l’apposito adattatore e il relativo cavo.

IMPRESSIONI D’USO

Una volta assemblate le varie parti e caricata la pellicola nel dorso si può, finalmente, assaporare il gusto di premere il pulsante di scatto ma solo dopo averlo sbloccato tramite la corona coassiale e dopo aver tolto il volet.
Una volta premuto il pulsante di scatto mirino resta oscurato: lo specchio non è a ritorno istantaneo e per farlo tornare nella sua posizione si deve far avanzare la pellicola e armare l’otturatore, insomma bisogna essere pronti per un nuovo scatto. Vale la pena far notare che questa macchina, al pari delle sorelle SQ e GS, deve avere sempre l’otturatore carico per poter procedere alla sostituzione delle ottiche.
A proposito di cambiare ottiche faccio presente che l’obiettivo deve essere innestato sul corpo con una certa forza in modo tale da poter sentire chiaramente il “click” che conferma l’avvenuto congiungimento tra ottica e corpo, se invece il “click” ha un suono debole (ovvero si è stati troppo delicati nell’operazione) la macchina si rifiuta di scattare: è scritto sul manuale ma non ci si fa caso fino a quando non accade nel bel mezzo di un pomeriggio da fotografi.
Nonostante queste apparenti difficoltà e la presenza di diversi meccanismi di blocco contro gli scatti accidentali (ottimi per prevenire lo spreco della pellicola) la Zenza Bronica ETRSi si rivela uno strumento versatile e adatto alla maggior parte dei fotografi. In realtà non ci si mette molto a prendere confidenza e una volta memorizzata la sequenza delle operazioni da effettuare si notano ben poche differenze rispetto a una qualsiasi reflex 35mm o digitale; differenze che alla fine sono soggettive e che variano molto in rapporto alla personalizzazione della macchina stessa.
Sul fronte della personalizzazione della macchina la Zenza Bronica ETRSi grazie a un’ampia scelta di accessori si adatta alle esigenze e alle preferenze della maggior parte dei fotografi con accessori che vanno dalle impugnature laterali, ai mirini e ai dorsi, senza dimenticarci degli ottimi obiettivi.
Come si comporta la Zenza Bronica ETRSi? Non mi posso lamentare, anzi … ne sono pienamente soddisfatto. Assodato che non si tratta di una macchina veloce dove basta inquadrare e scattare ma che ogni singolo scatto deve essere valutato e pensato, che lo stesso calcolo dell’esposizione deve ponderato, che bisogna eseguire ben determinate procedure, una volta presa la mano si fa fatica a tornare indietro e non si rimpiangono sistemi diversi o più blasonati.
La mia ETRSi col tempo l’ho personalizzata rendendola adeguata alle mie esigenze: alla configurazione base (corpo, mirino a pozzetto, dorso 120 e obiettivo 75mm) ho aggiunto un dorso 120 e uno 220, un obiettivo 200mm e un winder.
In fondo questo è il bello delle macchine modulari: poter cambiare gli accessori, e non solo gli obiettivi, in base ai propri gusti o in base a specifiche esigenze di ripresa.
La qualità dei negativi o delle diapositive che si ottengono con questa macchina e con i suoi obiettivi non lascia dubbi o rimpianti, anzi verrebbe subito voglia di caricare un altro rullo e di riprendere a scattare.

Anche se la ETRSi è una macchina ben progettata e ben realizzata qualche difetto c’è. Nonostante la professionalità della macchina va criticata l’assenza di indicazioni sui vari pulsanti e leve e forse pure la mancanza di una slitta porta accessori sulla quale poter innestare un flash senza dover ricorrere a quelli a staffa o ad apposite impugnature. Il difetto più grave, riscontrabile su alcuni esemplari, è una fragilità “strutturale” dell’attacco del mirino che è soggetto a rotture, che tuttavia non ne pregiudicano il funzionamento e sono facilmente riparabili con un po’ di colla ciano-acrilica.

PRINCIPALI ACCESSORI:
Dorsi porta pellicola
Winder
Mirini esposimetrici
Obiettivi originali
Cablaggio di raccordo con flash sistema SCA 300

 

DATI TECNICI

Modello: Reflex medio-formato 6×4,5 cm., monobiettivo con esposizione manuale o automatica a priorità di diaframma in abbinamento a mirino esposimetrico. Sistema modulare basato sull’intercambiabilità di ottiche, dorsi, mirini, ecc. Messa a fuoco manuale.

Formato: 42,5×55 mm su pellicola 120 o 220.

Baionetta: Zenza Bronica ETR dotata di contatti elettrici per la trasmissione dei dati inerenti la velocità dell’otturatore centrale e l’apertura del diaframma, oltre ai leveraggi necessari ad armare l’otturatore. Non è compatibile con le ottiche previste per le Zenza Bronica serie SQ e GS.

Obiettivi Standard: Zenzanon EII 75mm. F2,8 – Zenzanon PE 75mm. F2,8.

Modi d’Esposizione: Esposizione manuale, la macchina non è dotata di un proprio sistema esposimetrico. E’ possibile montare diversi mirini a pentaprisma dotati di sistema esposimetrico che consentono anche di usare la macchina con l’assistenza di un esposimetro sia in modalità manuale che automatica a priorità di diaframma.

Otturatore: Centrale a controllo completamente elettronico costituito da cinque lamelle metalliche, tempi di posa selezionabili su posizioni fisse tra 8” e 1/500, variabili a mezzo ghiera, e posa B. Ogni obiettivo dispone inoltre di un interruttore a cursore per attivare la posa T. E’ previsto un tempo meccanico per poter funzionare senza l’ausilio dalla pila, il tempo meccanico si ottiene impostando la ghiera su 1/500.

Flash: Accessorio. Esposizione automatica TTL tramite cavo adattatore e flash sistema SCA. Con i flash universali sincronizzazione tramite presa X a sinistra del bocchettone porta ottiche e flash montato su apposita staffa in quanto il corpo è privo di slitta porta accessori, o tramite contatto caldo X sulla slitta dei sistemi di avanzamento accessori. Sincronizzazione totale su tutti i tempi grazie all’otturatore centrale.

Autoscatto: Non previsto.

Esposimetro: Non previsto, è comunque presente la predisposizione dei contatti elettrici per montare appositi mirini a pentaprisma dotati di sistema esposimetrico. Mirini disponibili modello AE II e AE III; l’esposimetro si attiva premendo parzialmente il pulsante di scatto.

Compensazione dell’Esposizione: Non prevista per corpo macchina. Possibile tramite apposito comando posto sui mirini esposimetrici.

Mirino: Standard a pozzetto, disponibili diversi mirini a pentaprisma sia esposimetrici che non. Il campo inquadrato e l’ingrandimento varia a seconda del mirino montato sul corpo macchina. Il mirino a pozzetto è dotato di una lente d’ingrandimento per agevolare la messa a fuoco. I mirini esposimetrici riportano al loro interno i dati relativi all’esposizione.

Messa a Fuoco: Manuale su schermo, comunemente detto vetro ma in realtà di materiale plastico, smerigliato; intercambiabile e disponibile in vari modelli, alcuni completamente smerigliati e atri provvisti di zona centrale microprismatica e/o stigmometro a spezzamento d’immagine. L’operazione di cambio dello schermo di messa a fuoco può essere facilmente effettuata da chiunque.

Indici nel Mirino: Indicazioni presenti solo nei mirini esposimetrici e variabili a seconda del tipo.

Avanzamento Pellicola: Tramite manovella di avanzamento rapido ad azione singola o additiva, rotazione in senso orario di 360°. Possibilità di avanzamento manuale tramite impugnatura a “L” o motorizzato tramite applicazione di un winder disponibile in varie versioni con velocità e modalità di avanzamento variabile a seconda del modello.

Specchio: Non ritorna automaticamente dopo lo scatto, si abbassa solo armando di nuovo l’otturatore e facendo avanzare la pellicola. E previsto l’alzo manuale dello specchio, tramite apposita levetta posta sul lato destro del corpo, per prevenire le vibrazioni introdotte dal suo movimento, funzione utile per riprese macro.

Contapose: Additivo, presente sul dorso portapellicola e non sul corpo, numero di esposizioni variabile in base al dorso impiegato, ad azzeramento automatico a fine pellicola.

Esposizioni multiple: possibili senza limitazioni, tramite azionamento dell’apposita levetta posta sul lato destro del corpo.

Alimentazione: Corpo macchina una batteria all’ossido d’argento da 6V tipo PX28 o similari; oppure una batteria alcalina da 6V tipo n° 537 o A544.

Test batteria: Presente tramite segnalazione a mezzo led visibile nel mirino.

Dorso: Intercambiabile anche con pellicola parzialmente esposta; svolge la funzione di pota pellicola. Disponibile in vari modelli a seconda del tipo di pellicola impiegato o del formato.

Dimensioni: Solo corpo: lunghezza 92 mm; altezza 87 mm; profondità 69 mm.
Peso: 480 gr. (solo corpo, esclusa la batterie e ogni altro accessorio).

PRO (ieri e oggi):
Otturatore centrale
Modularità del sistema
Qualità delle ottiche
Maneggevolezza
Dimensioni tutto sommato ridotte

CONTRO (più o meno):
Non tutti i comandi riportano l’indicazione della loro funzione
Peso non indifferente, ma è solida e ben costruita
Modo di operare non sempre intuitivo
Assenza di un esposimetro incorporato

REPERIBILITA’ E PREZZI:

Su Ebay non si fatica molto per trovarla in Italia o all’estero. Attenzione a non comprarla a pezzi ma come kit completo visto che l’acquisto dei singoli pezzi non conviene.
Se ci si rivolge a negozianti specializzati in usato e ai mercatini dell’usato la disponibilità non manca, ma un controllo approfondito è d’obbligo come sempre e consiglio vivamente una piccola prova visto che lo stato di salute non dipende solo dall’aspetto esteriore.
Quotazioni medie dell’usato sono altalenanti, su ebay si trova tra i 200€ e 300€ mentre nei mercati dell’usato si può anche (raramente) scendere a 150€. Il prezzo sopraindicato è per un corpo completo di dorso 120, mirino a pozzetto e 75mm.

CONSIDERAZIONI PERSONALI
Ha senso ancora oggi, nell’era del digitale, fare una scelta del genere? Me lo so chiesto già diverse volte e non ho mai avuto dubbi: sì.
La qualità delle fotografie, grazie al fotogramma di dimensioni generose, ripaga ampiamente ogni fatica; la ETRSi è talmente versatile che , portafogli permettendo, è possibile pure attaccarci un dorso digitale.
Anzi grazie al digitale e al crollo dei prezzi delle macchine funzionanti con la pellicola mi sono levato lo sfizio di prendermi una medio formato modulare ad obiettivi intercambiabili, con tanto di accessori. Eppure in questi ultimi mesi sembra di assistere a una inversione di tendenza considerato che i prezzi dell’usato hanno ripreso a salire, che la gente si sia stufata del digitale? No, non credo, ma forse i fotoamatori hanno capito che la pellicola e il sensore possono coesistere pacificamente.

 

Mamiya RB67 Pro SD

In evidenza

MAMIYA RB67 Pro-SD
… e ora qualcosa di veramente grosso …

Il sottotitolo già dovrebbe far riflette chiunque: la RB67 non è una fotocamera così grande e pesante come ve la immaginare … è molto di più!
Se non l’avete vista prima dal vivo (lei oppure la cugina RZ67) il primo contatto fisico vi lascerà nel migliore dei casi sfuggire un pensiero del tipo “…. ma in foto non sembrava così …” seguito nel 99% dei casi da espressioni verbali molto più colorite.
Se invece avete avuto la fortuna di averla incontrata di persona (poco importa se era una RZ67) lo choc non è poi così devastante, tutto sommato sapevate a cosa vi aspettava … anche se dopo 5 minuti che la tenete in mano vi accorgete che da 3 minuti e 45 secondi vi state chiedendo perché l’avete presa. Poco male, dopo mezz’ora disdite l’abbonamento in palestra e uscite a scattare portandovi dietro un cavalletto adeguato e infine dopo un mese, sempre che non l’abbiate già rivenduta, avrete una forma fisica incredibile.

Mamiya RB67Dopo questo prologo semi-serio (e neanche tanto semi …) torniamo a parlare della Mamiya RB67 Pro-SD, una macchina fotografica nata per usare le pellicole in rullo tipo 120 e 220 restituendo principalmente negativi in formato 6×7, il suo formato nativo, ma in grado di spaziare dal “piccolo” 6×4,5 all’inusuale 6×8 passando per un 7×7 su pellicole istantanee. Le Mamiya della serie RB per la loro mole e stazza sono generalmente considerate macchine da studio e muli da lavoro per professionisti; oggi nell’era digitale, complice anche il prezzo accessibile, sempre più spesso finiscono in mano ad amatori che osano pure portarle in giro e godere della qualità delle loro ottiche anche per riprese fuori dalle quattro mura di una sala posa.

CENNI STORICI

La storia delle Mamiya della serie RB67 inizia oltre 40 anni fa e, attraverso tre versioni, si estende fino quasi ai giorni nostri. La capositipte di questa longeva serie è la RB67 Professional (RB67 Pro) prodotta e commercializzata a partire dal lontano 1970, innovativa fin da subito con il  caratteristico e rivoluzionario dorso rotante che permette inquadrature orizzontali o verticali senza dover inclinare di lato tutto il corpo.
Verrà sostituita nel 1974 dalla RB67 Professional-S (RB67 Pro-S) che apporta alcune migliorie al progetto originale, quali un blocco contro le doppie esposizioni e un blocco delle manopole di messa a fuoco oltre ai riferimenti mobili che delimitano il campo inquadrato in orizzontale, ma mantenendo la compatibilità in tutto e per tutto con la serie precedente.
Nel 1990 è infine la volta della RB67 Professional-SD (RB67 Pro-SD), oggetto di questa recensione, che si differenzia dalle precedenti soprattutto per il diametro maggiorato di 7mm dell’anello interno dell’attacco degli obiettivi, operazione che ha consentito la realizzazione di alcune ottiche specifiche come il 75mm decentrabile e alcuni teleobiettivi con lenti apocromatiche. Il manuale in inglese è facilmente reperibile in rete su diversi siti, compreso quello del produttore.

COME FUNZIONA

La Mamiya RB67 Pro-SD si presenta con un look molto professionale con un abito completamente nero che non lascia dubbi sulla sua sua destinazione: è una macchina pensata e costruita per chi con la fotografia si guadagna da vivere e non per chi fa due foto ricordo alla famiglia durante la scampagnata domenicale. Oggi in piena era digitale qualcosa è cambiato e qualcuno ha scoperto che pure le classiche foto fatte per pura passione nel tempo libero con una medio formato di questo genere hanno una marcia in più.

Le generose dimensioni dello specchio, in cui si intravedono anche le guide rosse orizzontali

Le generose dimensioni dello specchio, in cui si intravedono anche le guide rosse orizzontali

Il corpo della Mamiya RB67 Pro-SD è il classico “cubo” al quale devono essere attaccati un po’ di accessori per poter scattare, ovvero: un obiettivo, uno schermo di messa a fuoco completo di sistema di mira (pozzetto o prisma) e un dorso porta pellicola. Il corpo nel caso della Mamiya RB67 Pro-SD, come pure con le predenti RB67, svolge la funzione di “collegamento” tra i vari componenti, oltre ad essere la sede dello specchio reflex e del soffietto di messa a fuoco, il tutto ovviamente completo dei necessari meccanismi e della piastra frontale su cui innestare gli obiettivi. Tutte le altre funzioni sono delegate ai vari pezzi che compongono l’insieme.
Guardandolo dall’alto si nota subito l’alloggiamento dello schermo di messa a fuoco, coperto dal mirino a pozzetto o da quello prismatico. Sul lato destro spicca la grande leva di riarmo del sistema specchio-otturatore, che non fa però avanzare la pellicola; inoltre su questo lato è presente una manopola destinata al controllo della messa a fuoco. A fianco del soffietto è presente una tabella avente la funzione di indicare le distanze di messa a fuoco per gli obiettivi previsti dal sistema, le lunghezze focali indicate sono quelle comprese tra 50mm e 360mm, rimangono quindi esclusi il fish eye da 37mm e il tele da 500mm. La tabella inoltre riporta per ogni ottica la compensazione dell’esposizione da apportare in base all’allungamento del soffietto.

La scala MAF e compensazione

La scala MAF e compensazione

Le ottiche indicate su questa scala–tabella variano a seconda se si tratta di una RB67 Pro, RB67 Pro-S o RB67 Pro-SD e pure all’interno della singola serie in base al periodo di produzione; nel caso della mia Pro-SD la scala comprende pure un 110mm, ottica mai realizzata ma risultato di una riduzione e razionalizzazione dei costi di produzione in quanto la stessa scala viene applicata sulla Mamiya RZ67 Professional II.
Sul lato sinistro si trova una seconda manopola di messa a fuoco, completa di leva di blocco e solidale con quella del lato destro, e una slitta porta accessori standard priva di contatto caldo.

Il frontale con il grande bocchettone

Il frontale con il grande bocchettone

Il frontale alloggia il soffietto e la piastra porta ottica completa dei collegamenti meccanici necessari a far funzionare l’otturatore posto in ogni obiettivo. In basso a destra si trova il pulsante di scatto con filettatura standard per scatto a distanza e ghiera di blocco per prevenire scatti accidentali. Manca un pulsante di sblocco dell’ottica in quanto queste sono bloccate tramite un anello si serraggio.
Sul dorso del corpo è alloggiato la piastra porta dorso che consente di ruotarlo di 90° al fine di ottenere un inquadratura orizzontale o verticale, inquadratura che viene segnalata anche nel mirino tramite la presenza, o assenza, di riferimenti mobili. Questa piastra è intercambiabile in quanto per l’uso del dorso a lastre singole e/o del dorso polaroid deve essere sostituita con un modello apposito.

L'innovativo revolving back

L’innovativo revolving back

Il presenza del dorso rotante ha comportato la realizzazione di un mirino di dimensioni maggiori di quello del fotogramma che verrà impresso sulla pellicola, questo al fine di poter osservare tutta la scena inquadrata sia in orizzontale che in verticale. Al fine di far capire al fotografo quali sono i limiti reali dell’inquadratura sono presenti due serie di line parallele che delimitano l’area del fotogramma: quelle che indicano i limiti superiore e inferiore, in caso di inquadratura orizzontale, sono rosse e ruotando il dorso in posizione verticale scompaiono, quelle che delimitano il lato destro e sinistro in caso di inquadratura verticale sono tratteggiate di colore nero e incise nello schermo di messa a fuoco (non sono presenti sugli schermi della primissima serie).
Lo specchio reflex nasconde una paratoia che serve a proteggere dalla luce la pellicola caricata nel dorso. Il fondello del corpo accoglie solo l’attacco per treppiede.

Tutte le ottiche sono provviste di un proprio otturatore centrale completamente meccanico comandato della ghiera posta sull’ottica medesima; inoltre è presente una seconda ghiera ruotabile simile a quella classica di messa a fuoco che ha la sola funzione di facilitare il calcolo della profondità di campo, mentre in alcune ottiche è collegata a un gruppo di lenti (ma non a tutte le lenti!) e a seconda della sua rotazione sposta questo gruppo di lenti in avanti o in dietro (per qualche decimo di millimetro) al fine di correggere l’insorgenza di quelle aberrazioni che insorgono al variare della distranza di messa a fuoco, in particolar modo con la messa a fuoco molto ravvicinata.
Sull’ottica sono inoltre posizionati il cursore di attivazione della posa T, una presa di collegamento al flash via cavo, il comando per la previsualizzazione della profondità di campo e la presa del comando di alzo preventivo dello specchio. Tutte le ottiche sono realizzate in modo da avere la messa a fuoco ad infinito con il soffietto completamente retratto nel corpo macchina, sistema utile a ridurre gli ingombri e a diminuire gli sforzi sul sistema di messa a fuoco.
Visto il notevole allungamento del soffietto, cosa utile per riprese a distanza ravvicinata, sul suo lato destro è collocata una tabella che indica le eventuali correzioni dell’esposizione da apportare in base all’allungamento del soffietto e in base all’ottica in uso.
Per quanto le ottiche e alcuni accessori della Mamiya RB possano essere usate con la Mamiya RZ non è assolutamente vero il contrario: le ottiche della Mamiya RZ non possono essere usate con la Mamiya RB. Anche i dorsi dei due sistemi non sono compatibili. Possono invece essere usati quasi indifferentemente i mirini dell’una sull’altra, rinunciando però alle funzioni esposimetriche dei mirini RZ usandoli sulla RB, il quasi è dovuto in quanto prima di avventurarsi a capofitto in queste operazioni al limite è opportuno fare una prova con la dovuta calma e perizia.
Vale la pena di spendere qualche altra riga sulle ottiche dotate di lenti flottanti: si tratta di un dispositivo ottico presente in molti obiettivi di diversi costruttori e consiste in una o più lenti che vengono spostate lievemente a seconda della distanza di messa a fuoco al fine di correggere aberrazioni e distorsioni tipiche di ogni obiettivo. Se questo nella maggior parte dei casi avviene automaticamente ruotando la ghiera di messa a fuoco; nelle ottiche per la Mamiya RB67, non essendoci una ghiera di messa a fuoco, è stata introdotta ghiera apposita. Le ottiche  provviste del sistema di lenti flottanti sono il 50mm C, i 65mm C e FL, il 75mm FL non decentrabile, il 90mm FL e i 140mm C e FL macro.

Mamiya RB67Quanto sopra potrebbe dare l’impressione di trovarsi di fronte a macchina estremamente complessa, e un po’ lo è, ma allo stesso tempo è una macchina intuitiva nell’uso e nonostante le apparenze non complica la vita al fotografo. La macchina è grossa, ingombrante e pure pesante, ma a dispetto di questa sua fisicità la si può tenere in mano (meglio nelle mani) senza troppi problemi e risulta tutto sommato maneggevole e intuitiva.
L’ergonomia è ben studiata e tutti i comandi sono ben posizionati e facilmente azionabili sia nell’uso “naturale” su treppiedi che in quello a mano libera. Neanche le temibili due leve di riarmo otturatore e quelle separata dell’avanzamento pellicola complicano la vita e già al terzo rullo sembra già di farlo da una vita. Il sistema di messa a fuoco tramite slitta e soffietto, una tradizione in casa Mamiya, è molto preciso e consente di non dover staccare completamente la mano dal corpo macchina; utile la possibilità di bloccare la messa a fuoco. La lettura delle scale di distanza richiede un po’ di esercizio; utile, anzi indispensabile in caso di uso di esposimetro esterno, l’indicazione della compensazione dell’esposizione in base all’allungamento del soffietto. Lo schermo di messa a fuoco impressiona sia per le sue dimensioni che per la sua nitidezza, tant’è che viene spesso ricercato anche per essere adattato su altri tipi di fotocamere meno luminose (su certe Rolleiflex, per esempio).
La ghiera dei tempi dell’otturatore presenta solo valori interi compresi tra 1 secondo e 1/400 di secondo (400 sulla ghiera), in compenso permette di sincronizzare il flash con tutti i tempi. La ghiera dei diaframmi presenta degli stop intermedi che consentono un maggiore controllo dell’esposizione.

Mamiya RB67La macchina testata nell’ambito di questa recensione è completa di dorso 120, obiettivo da 90mm. serie KL e pozzetto per la messa a fuoco. Un set, come già accennato sopra, di dimensioni riguardevoli ma piacevolmente maneggevole e di facile impiego. L’unica cosa che realmente chiede un attimo di assuefazione è il sistema di messa a fuoco ma presa confidenza con le manopole non se ne farebbe più a meno.
Un’altra cosa che crea assuefazione è il dorso rotante: passare da un inquadratura orizzontale a una verticale senza dover ruotare il corpo è il sogno proibito di molti fotografi, soprattutto di quelli che si dedicano alle macchine medio formato. All’atto pratico c’è il rischio di perdere troppo tempo a studiare un inquadratura ed essere indecisi tra quella orizzontale e quella verticale, se questo in studio è un problema relativo portandosi dietro la macchina si rischia di perdere l’attimo decisivo o di spazientire la dolce metà e i bimbi in posa davanti a un paesaggio incantevole.
Superato questo ostacolo e i vari blocchi di sicurezza, dopo aver calcolato l’esposizione e aver di conseguenza impostato i valori di tempo e diaframma, si è finalmente pronti a scattare; operazione questa che dovrebbe essere fatta con un po’ di prudenza visto che il pulsante di scatto è fin troppo sensibile capita facilmente che impugnando la macchina carica si spreca un fotogramma, fatto che unito all’autonomia limitata a 10 fotogrammi su una pellicola formato 120 può risultare poco piacevole; aiuta, in questo caso, tenere sempre il volet del dorso inserito quando non si è in procinto di scattare.
Piacevole, anzi molto piacevole, invece è l’ampio schermo destinato alla messa a fuoco … rischia solo di far odiare i mirini della altre macchine fotografiche.
Il pulsante di scatto risulta ben calibrato e il rumore prodotto al momento dello scatto … ok, lo so che lo specchio reflex è grande quanto quello di un camion e che la macchina è completamente meccanica fatta in buona parte di robusto metallo e di parti sovradimensionate e quindi ci si aspetta un bel botto … invece è ridotto al minimo indispensabile, inferiore pure a quello di molte reflex 35mm!

L'ottica 90mm

L’ottica 90mm

Aggiungo una nota sul famigerato anello da aggiungere nella parte interna delle ottiche a titolo di compensazione per il maggiore diametro del bocchettone delle Pro-SD rispetto alla Pro e alla Pro-S. Ebbene questo elemento sebbene utile non è indispensabile e nell’uso pratico non cambia nulla se c’è o se non c’è, ovvero le ottiche anche sprovviste di questo elemento si possono utilizzare senza alcun timore e problema con la Pro-SD.

DATI TECNICI

Modello: Reflex medio-formato 6×7 cm., anche se la Pro-SD è di fatto una 6×8. Mono obiettivo con esposizione manuale. Sistema modulare basato sull’intercambiabilità di ottiche, dorsi, mirini, ecc. Messa a fuoco manuale.
Formati: quello standard è 56×69,5 mm., poi possono variare a seconda del dorso impiegato da 56×41,5mm al 56x76mm.
Baionetta: A baionetta Mamiya RB con anello di serraggio esterno e blocco di sicurezza incorporato. La baionetta della Pro-SD presenta il foto centrale allargato di 7mm rispetto alla Pro e alla Pro-S.
Obiettivi Standard: Mamiya K/L 127 mm. f/3,5 L e Mamiya K/L 90mm f/3,5 L.
Obbiettivi Intercambiabili: Possono essere montati tutti gli obiettivi previsti per i sistemi RB67, va specificato che non tutte le ottiche della serie K/L possono essere impiegate sulle precedenti RB67 Pro e RB67 Pro-S a causa del maggiore diametro della lente posteriore.
Modi d’Esposizione: Esposizione manuale, la macchina non è dotata di un proprio sistema esposimetrico. E’ possibile montare mirini a pentaprisma dotati di sistema esposimetrico che però non è in grado di trasmettere i dati dei tempi e del diaframma ai relativi sistemi.
Otturatore: Centrale, mod. Seiko #1, a controllo completamente meccanico costituito da cinque lamelle metalliche, tempi di posa selezionabili tra 1” e 1/400 sui soli valori interi che intermedi, variabili a mezzo ghiera, più posa T.
Flash: Accessorio. Esposizione manuale o automatica se il flash è previsto di un proprio circuito esposimetrico. Sincronizzazione tramite presa sincro posta sull’obiettivo, selezionabile tra X o M sulle ottiche più anziane e solo X su quelle più recenti.
Autoscatto: Non previsto; può essere montato uno meccanico di tipo universale sul pulsante di scatto.
Esposimetro: Non previsto.
Compensazione dell’Esposizione: Non prevista.
Mirino: Standard a pozzetto, disponibili sia diversi mirini a pentaprisma esposimetrici e non che mirini a pozzetto fisso (a ciminiera) con e senza esposimetro. Il campo inquadrato e l’ingrandimento varia a seconda del mirino montato sul corpo macchina. Il mirino a pozzetto è dotato di una lente d’ingrandimento per agevolare la messa a fuoco. Gli schermi di messa a fuoco sono intercambiali, il modello standard è completamente smerigliato.
Messa a Fuoco: Manuale agendo su una delle due manopole a lato del soffietto, quella di sinistra è provvista di una leva di blocco. La messa a fuoco avviene spostando la piastra porta-ottiche sulla quale si innestano gli obiettivi (questi ultimi privi di elicoide di messa a fuoco). La scala delle distanze è riportata sul lato destro del soffietto, quella riportata sull’ottica serve per calcolare la profondità di campo e, nel solo caso di obiettivo con lenti flottanti, a correggere le aberrazioni in base alla distanza di ripresa.
Indici nel Mirino: Nessuna.
Segnali Acustici : Nessuno.
Avanzamento Pellicola: Tramite leva di avanzamento rapido ad azione singola o additiva, rotazione in senso antiorario di 180° circa. Possibilità di avanzamento motorizzato con apposito dorso.
Armo Otturatore e Specchio: Il riarmo dell’otturatore centrale e l’abbassamento dello specchio, che non ritorna automaticamente dopo lo scatto, si ottiene azionando la leva posta sul lato destro del corpo; l’azione della leva è singola e torna in posizione solo dopo averla azionata per tutta la sua corsa. Questa leva non fa avanzare la pellicola in quanto non esistono collegamenti con il dorso.
Contapose: Additivo, presente sul dorso portapellicola e non sul corpo, numero di esposizioni variabile in base al dorso impiegato, ad azzeramento automatico a fine pellicola. La finestrella del contapose ha un promemoria che indica lo scatto effettuato.
Esposizioni multiple: possibili senza limitazioni, tramite azionamento dell’apposita levetta posta sul dorso.
Alimentazione: Nessuna
Dorso: Intercambiabile anche con pellicola parzialmente esposta; svolge la funzione di porta pellicola. Disponibile in vari modelli a seconda del tipo di pellicola impiegato o del formato. I dorsi sono disponibili nei formati 6×4,5, 6×7 e 6×8 ad avanzamento manuale o motorizzato: sono inoltre disponibili un dorso per pellicole polaroid (tipo 100 e 660), formato immagine 7×7, e uno per pellicole in lastre, formato immagine 6×7.
Dimensioni: Corpo con mirino a pozzetto, dorso per rulli 120 e obiettivo KL 127 mm: lunghezza 233 mm; altezza 144 mm; larghezza 105 mm.
Peso: 2.645 gr.

PRINCIPALI ACCESSORI:

Dorsi porta pellicola
Mirini di vario tipo
Obiettivi originali
Schermi di messa a fuoco
Impugnatura laterale

PRO:

Otturatore centrale
Dorso rotante
Modularità del sistema
Qualità delle ottiche
Possibilità di digitalizzare la macchina

CONTRO:

Peso e dimensioni non indifferenti
Assenza di un esposimetro incorporato
Otturatore limitato a “solo” 1/400

REPERIBILITA’ E PREZZI:

Parlando di Mamiya RB67 in generale su Ebay non si fatica a trovarla in Italia o all’estero, mentre una Pro-SD è già più rara (specie a buon prezzo); il prezzo subisce forti variazioni dettate più dalla voglia di realizzare una buona vendita che dalle condizioni reali della macchina. Di solito non conviene comprarla a pezzi ma come kit completo visto che l’acquisto dei singoli pezzi fa lievitare di molto  la spesa finale.
Se ci si rivolge a negozianti specializzati in usato e ai mercatini la disponibilità non manca, ma un controllo approfondito è d’obbligo come sempre e consiglio vivamente una piccola prova visto che lo stato di salute non dipende solo dall’aspetto esteriore. In particolare per le più anziane Pro e Pro-S va controllato con molta attenzione lo stato di conservazione delle guarnizioni a tenuta di luce, sia quelle del dorso che quelle della piastra rotante, e di quelle poste ai lati dello specchio. Potendo visionare la macchina prima dell’acquisto va data un occhiata alle guarnizioni a tenuta di luce tra il dorso e il corpo macchina: un loro degrado ne rende necessaria la sostituzione, quindi o il venditore si assume l’onere o vi concede uno sconto. A breve aggiungeremo nella sezione DIY un tutorial per la sostituzione delle guarnizioni, operazione fattibile anche a casa.
Quotazioni medie dell’usato sono altalenanti, su ebay e nei mercatini dell’usato la quotazione media varia tra i 250€ e i 500€ per un kit completo di corpo, dorso, mirino a pozzetto e ottica: l’ampia forbice di prezzo dipende in genere dall’ottica montata. Richieste superiori ai 500€ devono essere supportate da una buona gamma di accessori e/o da condizioni impeccabili della merce proposta.

CONSIDERAZIONI PERSONALI:

Fotografare con una Mamiya RB67 Pro-SD, ma anche con la precedenti Mamiya RB67, è un’esperienza che rischia di cambiare la vita al fotografo e questo non solo per la qualità finale dell’immagine, ma anche per la filosofia di fondo di questa macchina: ogni scatto diventa la somma di un profondo ragionamento, di calcoli accurati, di ripensamenti sull’inquadratura e non è soltanto un attimo sottratto furtivamente allo scorrere del tempo. In fondo sono i rischi connessi all’uso di macchina estrema ma non impossibile.

Agfa Isolette I

Qualche volta capita che girovagando tra i banchetti di un mercatino dell’usato fotografico si rimanga affascinati da una macchina, da un obiettivo o da qualche accessorio venduto a pochi Euro e che non ci serve ma, complice il basso prezzo, finisce per farci compagnia durante il viaggio di ritorno. In questo modo mi sono portato a casa, qualche anno fa, una Agfa Isolette I: a colpirmi, oltre al prezzo basso, è stata la sua bellezza, sembrava appena uscita dalla fabbrica.

Che sia una patologia collegata a manie di collezionismo o semplicemente voglia di shopping sfrenato? Poco importa

 CENNI STORICI

Il nome Agfa viene generalmente associato alle pellicole, alle carte e ai prodotti chimici per sviluppo e stampa, dimenticando la sua produzione di fotocamere. L’idea di marketing che sta alla base della realizzazione di queste fotocamere è sempre basato sullo slogan della Kodak di inizio novecento: “voi scattate, al resto ci pensiamo noi”, frase che ebbe il suo compimento nelle macchine usa e getta che ancora oggi si possono trovare in qualche supermercato. La via intrapresa dalla Agfa, tra gli anni 50 e 60 del novecento, è stata quella di realizzare delle macchine di facile utilizzo ed economiche costruite intorno al rullo di pellicola tipo 120 in grado di fornire negativi delle generosa dimensione di quasi 6×6 cm. Insomma una medio-formato relativamente compatta, semplice nell’uso e alla portata di tutti.

Agfa Isolette IOggigiorno una macchina come questa sembrerebbe una contraddizione pura e semplice, ma all’epoca era una macchina ideale, facile da usare e poco ingombrante. Anzi talmente poco ingombrate da finire dimenticata in un armadio per decenni. E’ certamente un oggetto vintage, molto vintage, figlio della sua epoca: il design non lascia dubbi. Ma attenzione non è brutta e tanto meno kitch.

COME FUNZIONA

Certo al primo colpo d’occhio sorge un dubbio: quell’oggetto di mezzo secolo fa cosa è? Potrebbe anche essere un porta sigarette o un porta cipria… ma no ha il mirino, voi vedere che è una machina fotografica? Ma sì è una macchina fotografica! Basta premere il postante alla sinistra del mirino per sbloccare lo sportello e far comparire l’obiettivo montato su un bel soffietto nero.

Il corpo metallico si presenta rivestito da una elegante finitura in similpelle zigrinata, che consente una salda presa alle dita, con sovra impresso il logo del costruttore e il nome del modello. Il fondello, la calotta superiore e il meccanismo di apertura, posto sul lato sinistro, sempre in metallo si presentano con una finitura cromata satinata; il fondello e il meccanismo di apertura sono impreziositi la fregi lineari in rilievo. La calotta è particolarmente scarna: a destra del mirino trova posto il pulsante di scatto, al disopra  è collocata la slitta porta accessori (priva di contatto di sincronizzazione per il flash), a sinistra  trovano posto il pulsante di sblocco dello sportello che richiude l’ottica e il soffietto e la manopola di avanzamento della pellicola con serigrafata una freccia che indica il verso in cui va azionata. Da notare che questi pochi comandi sono privi di qualsiasi blocco di sicurezza, funzione che era svolta dalla borsa pronto semi rigida a corredo, che una volta richiusa impediva qualsiasi azionamento accidentale.

L'ottica Agfa Agnar

L’ottica Agfa Agnar

Una volta sbloccato lo sportello anteriore la macchina mette in bella mostra un soffietto nero, contornato da due braccetti pieghevoli cromati, impreziositi da fregi, sul quale è montalo l’obiettivo Agfa Agnar completo di tutti i comandi necessari all’esecuzione di uno scatto fotografico: ghiera di messa a fuoco, selettore dei tempi, selettore dei diaframmi, leva di carica dell’otturatore, presa sincro per il flash e persa per cavo di scatto a distanza (scatto meccanico standard), solo pulsante di scatto è collocato sul corpo. Ad essere sinceri i comandi sono piccoli e non offrono una grande presa alle dita, insomma poco ergonomici: bisogna operare con calma. Il punto critico è la ghiera di messa a fuoco che offre una presa minima e bisogna stare attenti a non scivolare con le dita e, di conseguenza, a non toccare la lente frontale.

La forma allungata del corpo fa già intuire la conformazione del vano pellicola all’interno, molto simile a quello di una comune 35 mm. E una volta aperto il dorso si è di fronte a una piacevole conferma: nessun percorso tortuoso a cui sottoporre la pellicola come avviene nelle biottiche e nelle reflex con il dorso intercambiabile. Il rocchetto ricevente va alloggiato a sinistra, sotto la manopola di avanzamento, mentre il rocchetto con la pellicola vergine va messo nel vano di destra dove, per agevolare ulteriormente le operazioni di carico della pellicola, il porta rocchetto è estraibile; sia il porta rocchetto di destra che le molle premi pellicola sono cromate e impreziosite da fregi lineari.

Come va la Agfa Isolette I? Bene direi, anzi benissimo; premetto che da una macchina di questo livello non ci si può, ne tanto meno si deve, aspettare la resa di una Hasselblad, di una Rollei o di una medio formato giapponese: la resa dell’obiettivo potrà anche essere un po’ morbida e i colori non sempre fedelissimi, ma è il suo carattere. Si tratta pur sempre di una macchina concepita per foto ricordo fatte in famiglia, al massimo in villeggiatura, generalmente con pellicola bianco-nero i cui fotogrammi venivano stampati con fattori di ingrandimento ridotti, se non a contatto. Eppure le soddisfazioni non mancheranno …

La finestrella contapose sul dorso

La finestrella contapose sul dorso

Tutto bene dunque? Direi di sì, basta capire come funziona. Il funzionamento è semplice e simile in tutto e per tutto a quello di qualsiasi altra macchina manuale e meccanica. Una volta inserita la pellicola nella macchina questa va fatta avanzare fino a quando compare il numero 1 nella finestrella rossa del dorso. A questo punto si procede con la messa a fuoco a stima, non c’è il telemetro, al calcolo dell’esposizione (esposimetro a mano, altra macchina con esposimetro, a stima con la regola del 16, ecc.), si impostano i valori di tempo e diaframma, si carica l’otturatore, si inquadra per comporre l’immagine (attenzione che la parte inferiore del mirino mostra il barilotto dell’obiettivo) e si scatta.

Con questa macchina, come con altre di questa epoca, bisogna stabilire un proprio modo di operare per evitare doppie esposizioni o sprechi di pellicola avanzando prima di aver scattato. Visto la mancanza di qualsiasi controllo della messa a fuoco per evitare clamorosi errori conviene usare diaframmi chiusi, ovvero sfruttare la profondità di campo concessa dall’obiettivo.

DATI TECNICI

Modello: Folding medio formato a obiettivo fisso, priva di sistema esposimetrico. Messa a fuoco manuale a stima e controllo dell’inquadratura tramite mirino galileiano.

Formato: 57x57mm. (rilevato).

Pellicola Impiegata: Pellicola in rullo tipo 120 (con il dorso in carta).

Obiettivo: Agfa Agnar 85mm. f 1/4,5 con otturatore Vario montato su soffietto; quando non si usa la macchina il gruppo ottico e il soffietto possono essere ripiegati nel corpo macchina. Diaframma a otto lamelle con valori compresi tra f 1/4,5 e f 1/32. Messa a fuoco tramite spostamento e rotazione della parte frontale del gruppo ottico.

Modo d’Esposizione: Esposizione manuale tramite esposimetro separato o a stima in base alle regola del 16.

Otturatore: Centrale nell’obiettivo a controllo meccanico, modello Vario; tempi di posa controllati meccanicamente da un meccanismo ad orologeria impostabili su tre posizioni fisse corrispondenti a 1/200, 1/50, 1/25, è prevista inoltre la posa B. L’otturatore funzione senza pile.

Flash: Accessorio da collocare sulla slitta porta accessori posta sopra il mirino. Esposizione manuale o automatica tramite il circuito del flash (se presente). Grazie all’otturatore centrale è possibile la sincronizzazione su tutti i tempi tramite presa di sincronizzazione standard posta sul lato sinistro del barilotto dell’obiettivo.

Autoscatto: Non previsto.

Esposimetro: Non previsto, ci si deve regolare con un esposimetro esterno o procedere a stima in base alla regola del 16.

Mirino: Del tipo galileiano privo di sistema per il controllo della messa a fuoco; campo di copertura del campo inquadrato: stimato intorno al 85÷90%, ingrandimento sconoscuito.

Messa a Fuoco: Manuale a stima impostando il valore della distanza sulla ghiera, valori riportati in feet (piedi), 1 metro = 3,3 piedi; per evitare errori conviene diaframmare, recuperando le imprecisioni con la profondità di campo.

Indici nel Mirino: Nessuno, o quasi: infatti attraverso il mirino si può scorgere la levetta di armo dell’otturatore e capire dalla sua posizione se l’otturatore è armato o no.

Avanzamento Pellicola: Manopola di avanzamento senza alcun blocco, il corretto avanzamento della pellicola deve essere controllato attraverso la finestrella rossa (oscurabile) posta sul dorso. Il meccanismo di avanzamento della pellicola non carica l’otturatore.

Contapose: Controllo visivo dei numeri stampati sulla carta di supporto alla pellicola attraverso la finestrella rossa posta sul dorso.

Esposizioni multiple: Possibili senza limitazioni, basta ricaricare l’otturatore con l’apposita levetta.

Alimentazione: Non prevista.

Dorso: Fisso con finestrella rossa (oscurabile tramite tendina) per il controllo visivo dell’avanzamento della pellicola e del “contapose”.

Dimensioni: Lunghezza 140 mm. circa; altezza 95 mm. circa; profondità con obiettivo in posizione di lavoro 92 mm. circa, chiusa 35 mm. circa.

Peso: 514 gr. (senza pellicola).

PRO

Dimensioni relativamente compatte per il formato, a corpo chiuso sta comodamente in una qualsiasi borsetta, zainetto o impermeabile alla Colombo.

Formato del fotogramma.

Facilita, anzi semplicità, d’uso.

CONTRO

Mirino piccolo e un po’ approssimativo.

Ergonomia, ma il concetto negli anni ’50 come era considerato?

REPERIBILITA’ E PREZZI

Le Agfa Isolette sono state prodotte per molti anni in diverse versioni, si va da quelle più semplici, come la Isolette I qui recensita, a modelli sofisticati con un ampia gamma di tempi, diaframmi e con la messa a fuoco a telemetro. Su Ebay non si fatica molto per trovarla in Italia o all’estero, come anche nei mercatini dell’usato o alle fiere specializzate. Quotazioni medie dell’usato per la Isolette I comprese tra 15€ e 30€ circa. Per i modelli più sofisticati e rari il prezzo sale oltre i 100€.