Ibridi analogico-digitale

In questi ultimi anni la fotografia tradizionale su pellicola e anche molte delle tecniche più antiche, a partire addirittura dal dagherrotipo, hanno riguadagnato un certo appeal mediatico che ovviamente poco ha impiegato a diventare opportunità di marketing e di introduzione di nuovi prodotti.

Cavalcando così la nostalgia dei vecchi appassionati e la curiosità di quelli nuovi che magari mai avevano visto una pellicola dal vero, sono prima apparsi i filtri software per simulare la resa delle pellicole e con essi i filtri delle app di condivisione online, poi l’ondata di revival si è spostata anche sul lato hardware.

Quello che appare essere il filo conduttore è la rinata consapevolezza del valore di una fotografia stampata in quanto elemento fisico tangibile è non più relegato a memorie o schermi: certamente si potrebbe obiettare che chiunque può stampare anche oggi, a casa o tramite servizio, con stampanti o in maniera tradizionale ma nessuno di questi sistemi si sposa con l’imperativo dell’immediatezza, cosa che Edwin Land aveva ben compreso settanta anni fa.

Il riferimento al fondatore di Polaroid non è casuale in quanto proprio la replica dell’esperienza delle istantanee è stata il primo e più diffuso esempio di questa nuova tendenza. Le fotocamere-stampanti con tecnologia Zink che si fregiavano del logo Polaroid (un po’ diverso ad un occhio attento rispetto a quello originale) hanno attratto quegli utenti avvezzi all’uso di apparecchiature digitali ma tentati di replicare in qualche maniera il mood di una fotografia old-style è anche qualche vecchio fan che però, ben consapevole di ciò che rappresentano questi prodotti, si lasciava giusto andare a un momento di nostalgia.

La Polaroid Snap Touch con una delle sue stampine

Nel corso degli anni la tecnologia Zink è progredita, migliorando la qualità delle microscopiche stampe e anche ingrandendone le dimensioni in alcuni modelli tanto che adesso diversi brand, tra cui anche Kodak, propongono il loro prodotto in questo settore. Gli apparecchi Zink uniscono la tecnologia digitale al retaggio analogico dell’immagine istantanea e, seppur con i loro limiti qualitativi, sono certamente uno strumento che nelle mani giuste può portare a risultati anche di valore.

La cosa interessante da notare è relativa ad uno degli ultimi modelli, la Polaroid Mint Camera: questa piccola fotocamera digitale, basata sulla tecnologia Zink, ha la peculiarità di non avere un monitor e di stampare tutte le foto che vengono scattate, per lo meno fintanto che dura la carta: niente più monitor per scegliere quali immagini stampare, inquadratura approssimativa da un mirino galileiano e foto che esce dopo qualche secondo! Un salto all’indietro o in avanti?

Nel tempo a questi ibridi analogico-digitale si sono aggiunti sempre più modelli, ma sempre con la stessa idea di fondo di coniugare passato e presente; Fujifilm, principale attore della fotografia istantanea al giorno d’oggi ha lanciato la Instax SQ10, che altro non è se non una delle sue classiche fotocamere istantanee dotata però di un sensore (da pochissimi MP date le ridotte dimensioni delle fotografie) e di un monitor dal quale si possono modificare a piacere con gli immancabili filtri le immagini appena scattate per poi stamparle sulla classica pellicola istantanea: una lavorazione digitale che quindi poi diventa analogica e che, grazie al fatto di perdere l’unicità (ogni immagine può essere stampata più volte), diventa uno strumento di condivisione differente in quanto non più online ma fisica. Non per nulla, sulla plastica protettiva delle pellicole Instax troviamo la scritta “Tangible Photography”.

L’altro produttore di istantanee chimiche, Impossible/Polaroid Originals, ha seguito invece la strada dell’ibridazione con lo smartphone, prima con la Impossible I-1 e ora con la One Step 2+: una tradizionale fotocamera a pellicola istantanea ma con connessione Bluethooth e app dedicata su smartphone che consente di utilizzare funzioni non disponibili nell’utilizzo della sola macchina.

Instax Share SP-2

C’è poi un’altra categoria di ibridi analogico-digitale, sempre proposti da Fujifilm: le stampanti Instax Share, anche queste guadagnatesi un buon successo di vendite. Qui il mezzo che scatta la fotografia è uno smartphone oppure una fotocamera digitale ma, tramite app, viene offerta la possibilità di stampare l’immagine, con eventuali modifiche e in tutte le copie che si vuole, sulla pellicola Instax. In origine la Instax SP e la successiva SP-2 permettevano stampe sulle pellicole Instax mini (vero crack commerciale di Fujifilm) ma, visto il buon successo e le richieste degli utenti, è stata da qualche tempo introdotta anche la SP-3 SQ che utilizza invece le più grandi pellicole Instax Square.

Instax Share SP-3 SQ

Proprio quest’ultimo modello, forse, apre la strada ad una nuova forma di sperimentazione artistica grazie alla buona qualità delle pellicole Square e alla possibilità di superare le croniche carenze che Fujifilm introduce nei suoi corpi Instax, filosoficamente sempre ridotti all’osso in termini di funzioni, grazie all’utilizzo di mezzi di ripresa e di ritocco anche evoluti. La cosa che appare interessante, in tutto questo fiorire di nuovi prodotti, è che l’utenza sta riscoprendo l’interesse per la fotografia come oggetto stampato e questo chiaramente non può che essere un bene; che poi una buona fetta di questi ibridi analogico-digitale, e quelli che danno i risultati migliori, portino ad avere come risultato finale una fotografia chimica non può che fare piacere!

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